La trappola del condizionale

La trappola del condizionale

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Spesso mi è capitato di sentire e di dire io stessa queste parole:


Ah, se solo [*riempi con una frase a piacere*], allora sì che sarei davvero felice!                   

Ecco, non funziona così. Mai.
Non per una malvagità intrinseca dell’Universo. O forse sì. Possiamo pensarla come vogliamo, non è questo il nocciolo.
Dobbiamo prendere atto del fatto che le cose non vanno quasi mai come le avevamo progettate, o anche solo, più semplicemente, come ci aspettavamo. Per chissà quale ragione, poi, ci aspettiamo debbano andare in un certo modo, questo è un altro discorso, che meriterebbe una riflessione a parte. 
Non possiamo aspettare che le cose “vadano bene” per essere felici. Perché aspettare in fondo? Non è che abbiamo tutto questo tempo, almeno in questa esistenza terrena.

Perciò, forse è consigliabile tirarsi su le maniche e cominciare a darsi da fare per arrivare a stare bene.
Con noi stessi e con il mondo attorno a noi.       
Mettere la nostra felicità nelle mani di un condizionale su cui, il più delle volte, non abbiamo nemmeno il controllo – pieno o parziale – è azzardato e, nella maggior parte dei casi, controproducente, lo dico per esperienza personale.


Ho trascorso anni della mia preziosa vita arrovellandomi e pensando:
 
Ah, se solo [*riempito con una frase a piacere tratta da qualche aspettativa, spesso altrui*],
allora sì che sarei davvero felice!
” 

Una frase cometa, con una lunga scia di vittimismo e deresponsabilizzazione in stile
Non sono stata io!” (È colpa sua – universo, destino, persona che fosse)
La verità è che solo quando sono uscita da questo circolo (con enorme fatica e tanto dolore),
ho finalmente cominciato a vedere le cose per come sono davvero: neutre



La mia felicità
non può essere sottomessa
ai mille
se e chissà e ma
cui la vita mi pone di fronte.



Se aspetto di essere felice per aprire il mio sito, per cambiare lavoro, per intraprendere una nuova avventura, per iscrivermi a quel corso che è tanto che lo voglio fare, per lasciare quel fidanzato che non mi tratta come vorrei ma non so è da tanto che (non) stiamo insieme, per fare quel viaggio che sogno dall’infanzia, per vedere le mie amiche.

Insomma, se aspetto la condizione giusta, il momento perfetto per muovermi verso i miei desideri e obiettivi, sarà davvero difficile che li realizzi. Anzi, è probabile che non riesca neanche a vederli in mezzo a quel groviglio di condizioni. 

Anche in questo caso, come ho già detto anche prima, parlo per esperienza personale (purtroppo perché fa male, per fortuna perché me ne sono resa conto).
Ancora oggi, nonostante mi renda conto di certi meccanismi disfunzionali che il cervello mette in opera per difendermi, mi accorgo a volte di posporre le cose importanti. Di procrastinare. Non hai idea di quanto ho procrastinato prima di sedermi a scrivere questo post. È evidente che c’è qualcosa in questo argomento che continua a turbarmi.
Procrastinare è una cosa piuttosto comune e succede per tanti motivi, uno su tutti la paura di sbagliare.
La paura di fallire, di non lasciare il segno, di non ottenere ciò che si vuole.
È sempre paura di sbagliare vestita da cocktail, da sera e da jogging. Ma paura di sbagliare rimane. 

Bisogna prendere il coraggio per mano e avanzare eliminando tutti, e dico proprio tutti,
gli ostacoli che si frappongono tra noi e i nostri desideri più profondi.

Pena il rimpianto. Che fa soffrire e non porta a nient’altro che ad avere gli occhi gonfi di pianto.
A volte, l’eliminazione degli ostacoli può essere dolorosa, a volte può far venir voglia di tornare sui propri passi e darsela a gambe per rinchiudersi di nuovo nella propria gabbietta ovattata. Ma non dobbiamo farci fregare dal richiamo del noto, che ci fa sembrare preferibile una situazione che non ci rende felici solo perché la conosciamo allo spaventoso, temibile ignoto.
Che poi, a pensarci un momento, cos’avrà di così temibile?
Proprio il fatto che non sappiamo cosa ci sarà dopo la curva.
E se ci fosse quello che non osiamo nemmeno sognare per paura di bruciarci?

E se fosse meraviglioso? 


Come insegna il paradosso del gatto di Schrödinger, non avremo modo di saperlo finché non apriremo la scatola.
In ogni caso, dovremo agire per scoprire cosa ci riserva la vita. 

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