Il sottile confine tra sincerità e maleducazione

Il sottile confine tra sincerità e maleducazione

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Sono dalla mia erborista di fiducia.
Lì ci sono un altro paio di clienti, una signora prima di me e un signore dopo. Aspetto il mio turno.
Non so bene come, ma l’erborista comincia a raccontare una storiella:

«Beh, l’altro giorno entra una signora e mi chiede una pomata lenitiva. Ha le labbra tumefatte e mi spiega che ha fatto un interventino per togliersi quelle cose che ho anch’io, dice sicura, e indica le mie labbra dicendo che insomma si è fatta fare un ritocchino per eliminare “il codice a barre” che abbiamo noi donne di una certa età. Io sono un po’ sconvolta e le dico semplicemente che a me non interessa avere “il codice a barre”, che me lo terrò perché ho paura degli aghi. Non è vero, si intende, che ho paura degli aghi, ma non sapevo cosa rispondere e non volevo essere scortese. Comunque non abbiamo la stessa età: lei avrà avuto una settantina d’anni, io ne ho appena cinquantaquattro. Insomma, non si può dire che quella signora non sia una persona sincera!» conclude ridendo.
La cliente che sta servendo è senza parole e la guarda esterrefatta, io la osservo e mi vien da dire:

«Secondo me, la signora in questione non è sincera. È maleducata. Essere sinceri non significa dire tutto quello che ci passa per la testa! 

L’erborista mi guarda di rimando, riflette brevemente e mi risponde:

«Giusto, giustissimo! Hai ragione, in effetti è stata offensiva e non ce n’era bisogno.» 

Sono piuttosto sensibile a questo argomento, sarà per la mia grande esperienza in fatto di aggressività verbale travestita da sincerità. 

C’è un confine sottile, talvolta sottilissimo, tra la sincerità e la maleducazione. Forse è per questa sua finezza che spesso le persone (con)fondono i due concetti, rischiando di offendere i loro interlocutori senza arricchire in nessun modo la comunicazione. 


Soprattutto in passato, ero solita barricarmi dietro il lucente scudo della sincerità per cantarla al malcapitato o alla malcapitata di turno. Per vomitare tutto quello che mi passava per la testa, alla faccia dei tre filtri (verità, gentilezza e utilità)! Preda di una rabbia costante contro l’universo intero e tutti i suoi abitanti, usavo la sincerità come un’arma mettendomi al tempo stesso sopra un piedistallo e sotto terra, la dea e la bestia nella stessa persona.

Con l’esperienza, le innumerevoli botte sui denti, i capitomboli rovinosi, la mia immensa curiosità e l’altrettanto grande voglia di migliorare, ho finalmente compreso (a livello più profondo che con la sola mente) che essere sinceri non significa in alcun modo offendere, attaccare, recriminare o giudicare l’altro. 
Per niente. Tutte queste azioni sono parte di un altro atteggiamento che, se da un punto di vista sociale può essere considerato maleducato, da un punto di vista umano è semplicemente livoroso o quantomeno insensibile (dis-attento). E di solito è indice di una grande insicurezza. 

[Definizione tratta da Cortelazzo, Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli]

La parola stessa “sincero” evoca purezza, l’unicità di un seme che cresce, la schiettezza della ghianda che si fa strada nel terreno spaccando il guscio che la protegge per farsi illuminare dalla luce potente del sole.
Cosa ha a che fare questa purezza con la cattiveria di certe affermazioni, conscia o inconscia che sia? 

Esistono persone che ti offendono senza rendersene conto, ma questo non le rende più sincere, soltanto poco poco attente a quello che esce dalla loro bocca. E anche poco rispettose. Dire quello che si pensa non significa dire tutto quello che attraversa il nostro cranietto. Tra l’impulso di parlare e l’atto si potrebbe e, il più delle volte, si dovrebbe interporre una pausa. Anche solo di un respiro. E parlo sempre per esperienza personale, ahimè. 

Prima di aprire la bocca e lasciare andare parole che non sono state prima soppesate sarebbe bene fermarsi e pensarci su un momento. 


Eh, ma così ne va della spontaneità! Può anche essere, ma se ho spontaneamente una voglia irresistibile di picchiare qualcuno, non è detto che il mio impulso debba essere seguito e assecondato. Che sia giusto seguirlo e assecondarlo. Così anche per le parole. Abbiamo la possibilità di scegliere cosa dire e cosa non dire.
E, ancor prima, possiamo pensare al perché sentiamo quello che sentiamo. Insomma, posso continuare all’infinito questo elenco di possibilità per arrivare sempre allo stesso punto:

sarebbe bene allenare la nostra consapevolezza


Più faremo pratica di consapevolezza, minore sarà la probabilità di ferire i nostri interlocutori e migliore sarà la nostra capacità di comunicare.
E ora, vi lascio con la bella e pregnante definizione di “comunicazione” redatta da uno dei siti che seguo da più tempo in assoluto, “UPAG, Una Parola Al Giorno”, fonte inesauribile di spunti e idee.

Comunicare

co-mu-ni-cà-re (io co-mù-ni-co)
dal latino: communicare, mettere in comune, derivato di commune, propriamente, che compie il suo dovere con gli altri, composto di cum insieme e munis ufficio, incarico, dovere, funzione.
PAROLA DELLE ORIGINI
Incredibile il valore di questa parola, ed incredibile la profondità intuitiva della sua etimologia.
Consapevole delle proprie responsabilità e forte del proprio ruolo, la comunicazione è un'espressione sociale, un mettere un valore al servizio di qualcuno o qualcosa fuori da sé: non basta pronunciare, scrivere o disegnare per comunicare; la comunicazione avviene quando arriva, quando l'espressione è compresa e diventa patrimonio comune per la costruzione di una discussione, di un sapere, di una cultura.
Propria di ogni essere vivente (chimica, comportamentale o sonora che sia), come umani abbiamo l'ulteriore responsabilità derivante da un linguaggio evolutivamente tardivo, fragile ma raffinatissimo che - noblesse oblige - non possiamo non usare al meglio per aver cura del nostro ambiente di vita, comunicando una cultura elevata nel nostro alto ufficio di ultimogeniti figli maggiori della Natura.

Comunicare come mettere in comune, pensare all’altro da sé, pensare per il bene comune, essere responsabili, condividere, trasmettere. Questo richiede sincerità, non sfacciataggine. 


[Photo by Max Bender on Unsplash]

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