Operosità e nuove prospettive

Operosità e nuove prospettive

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Quando essere indaffarati è una condizione mentale

Non è tanto che ho cominciato a riappropriarmi del mio tempo per dedicarmi a ciò che reputo importante senza sentirmi costantemente in colpa perché non lavoro 10-11 ore al giorno. Non è una questione di pigrizia, ma di produttività. E la produttività costa in termini di volontà, concentrazione e risorse fisiche e mentali. 
D’altronde, i miei continui tentativi ed esperimenti a tema produttività ed efficienza sono volti a (ri)guadagnare tempo da dedicare alla mia famiglia, a me stessa, agli amici e a ciò che amo fare. Questo non esclude di certo il lavoro, che amo profondamente, ma che ha bisogno di una me focalizzata, centrata, precisa e piena di idee.

Se sono esaurita, non posso di certo dare il meglio, non è vero?

Fino a pochissimo tempo fa – e ancora adesso ma meno intensamente –, sentivo una patina di colpa coprire i miei desideri e i miei interessi, che per lo più non sono legati direttamente al guadagno e alla produzione di servizi a pagamento, ma riguardano piuttosto la mia crescita come persona, la mia spiritualità e soprattutto l’osservazione del mondo che mi circonda e che mi è fonte di ispirazione per ciò che scrivo e disegno. Il solo fatto di dedicarmi alla cura di me e dei miei interessi mi procurava una sorta di malessere generale e diffuso, cui non riuscivo a dare un nome: da una parte mi sembrava di non “darmi abbastanza da fare”, dall’altra sapevo che quelle attività mi servivano per avere una resa molto migliore in ogni ambito della vita. Soprattutto nel lavoro.

Bene, dopo varie indagini dentro e fuori di me, ho trovato un nome a quel malessere: colpa.

La colpa è una condizione che trascende la nostra individualità e se ne resta annidata tra le generazioni passate per arrivare fino a noi in forme diverse per ciascuno. 
La generazione del boom del dopoguerra, per esempio, non riesce nemmeno a concepire questa visione del mondo e del lavoro; per la maggior parte dei baby boomer, se non lavori ventimila ore a settimana, se non dici che odi il tuo lavoro, che sei stanchissima e stremata dal lavoro, che non hai neanche il tempo di fare pipì per via del carico di lavoro, allora in te c’è qualcosa che non va: o sei un’imbelle o non hai voglia di fare un tubo. Pigra o incopetente o approfittatrice. Epperforza che mi sento in colpa a farmi i casi miei: in più, come se non bastasse, la donna che si prende cura di sé e dedica tempo alle proprie attività, anche se non strettamente connesse con il lavoro, è considerata un’egoista.
Mentre una donna sovraccarica costituisce un esempio normale e doveroso. Se non per il fatto che poi, in preda a un’ansia crescente, la persona in questione potrebbe diventare nervosetta e magari un tantino aggressiva o acida. E questo proprio non sta bene. Soprattutto in una donna. EH! 

Lavorare non è solo fare, produrre e fare e stare in ufficio quindici ore al giorno
e non dormire la notte pensando al lavoro e liste chilometriche di roba di lavoro.
Non è questa la via.

Questo non significa che a volte non sia necessario, ma non deve diventare il nostro modo di vivere e vedere il lavoro, perché fa male alla nostra salute fisica e mentale e incide negativamente sulla nostra produttività. Se non riposiamo, mangiamo, ci divertiamo abbastanza, non metteremo amore nel nostro lavoro e produrremo cose che non soddisferanno né noi né i nostri clienti.
Pensiamoci un momento, chi ci guadagna in tutto questo? Nessuno. 
Perché non ci concentriamo sulle domande fondamentali invece di continuare a stilare infinite quanto frustranti liste di cose da fare?

domande


Cosa voglio realizzare davvero? 

Perché è importante per me?

Quali sono le azioni che
mi porteranno a raggiungerlo?



Potranno sembrare domande banali, ma forse dovremmo rivalutare quella che viene definita “banalità” e il più delle volte è soltanto semplicità. Spesso, per quanto mi riguarda, tendiamo a complicare cose che in realtà sono semplici, chiare, pulite. Ho sofferto molto a causa della mia tendenza a sovraingegnerizzare – solo la parola sa di qualcosa di inutilmente complicato –, che mi faceva perdere più tempo a pianificare, scrivere liste, rivedere i dettagli piuttosto che fare le cose che mi ero messa in testa di fare. Non che ora non lo faccia più, ma me ne accorgo, ne sono diventata consapevole e riesco a limitare l’Emma pianificatrice compulsiva. E a rimanere sui binari, i miei. 
Attenzione, non sto dicendo che la complessità sia il male assoluto, no. Ma la complessità che ruota intorno a sé stessa per guardarsi la coda, quel tipo di complessità senza un vero scopo, è una truffa ai danni del nostro preziosissimo e irripetibile tempo. Del quale non voglio perdere nemmeno una goccia, come penso chiunque. 

Essere (o mostrarsi) sempre indaffarati non ci rende più belli né più interessanti.
E non ci fa vincere proprio nulla.
Anzi, ci fa perdere la risorsa più preziosa di cui disponiamo, il tempo.



[Photo by 
Vlad Tchompalov on Unsplash] 

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