Difficoltà e presenza, le prove della vita

Difficoltà e presenza, le prove della vita

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In questo periodo in cui il coronavirus pervade le nostre giornate e ci infetta, oltre che con la sua infezione, con la paura, mi accorgo di essere più presente a me stessa.
Ascolto di più il mio corpo, mi adatto alle sue esigenze, mi do tempo per digerire questa situazione.
Come se questo stato di allerta mi avesse resa più attenta.
E, di fatto, è proprio così: è il nostro primo chakra, il centro energetico del nostro corpo legato ai bisogni primari (fisici e materiali), a essere stato profondamente intaccato da questa situazione d’emergenza. 
Da tanti anni mi occupo di crescita personale, di cambiamento e di evoluzione in un percorso che so durerà tutta la mia vita.
Durante questa mia esistenza terrena ho lottato, ho spinto, mi sono spinta, ho lasciato andare, mi sono lasciata andare, ho mollato la presa, ho stretto, mi sono stretta e mi sono allargata. Ho preso, ho dato, ho ripreso, ho lasciato. In un continuo fluire di sensazioni, di eventi, di parole, di pensieri, di odori. Di dolori e di momenti di pura gioia. 

Quest’anno è iniziato all’insegna del cambiamento, ma il cambiamento quello radicale in stile dea Kali, che taglia teste e mozza arti per fare spazio al nuovo. Spietata, priva di pietà, una forza travolgente che scardina tutte le credenze, tutte le convinzioni e le innumerevoli razionalissime scuse che ci diamo per rimanere aggrappati al ramoscello marcescente della nostra illusoria stabilità. 



[“Kali Ma”, una bellissima rappresentazione della dea Kali creata dall’artista Penny Slinger]


Da febbraio, il mio fisico ha cominciato a urlare il suo disagio, non per il coronavirus, ma per altri disturbi che non vi interessano. Per troppo tempo, ho insistito a non dargli l’ascolto che merita e così è stato costretto a usare le maniere forti.
Per anni ho lottato contro di lui, l’ho maltrattato, l’ho ignorato, ho abusato della sua pazienza, l’ho sfruttato e violato.
Per anni, l’ho odiato e disprezzato mentre lui continuava paziente a farsi il mazzo per farmi stare in piedi, per farmi vivere anche contro la mia volontà. Perché spesso mi sono comportata come se il mio desiderio di vivere vacillasse.
No, non sto parlando di ufficiali tentativi di togliersi la vita, ma di quei piccoli, insignificanti atteggiamenti che, protratti nel tempo, ti fanno ammalare, ti drenano via le energie, ti seccano la sorgente dell’entusiasmo. 

E poi lo chiami destino o sfiga. E invece, gran parte della responsabilità è tua.
Sei stata o stato tu a contribuire al tuo disfacimento; certo, senza volerlo consciamente.
Ma il risultato non cambia. 

Mi era già successo di affrontare malattie, esiti di incidenti e situazioni dolorose, ma questo giro l’ho vissuto con una consapevolezza più matura, forte di tanti anni di preparazione e altrettanta volontà.
Nonché di un incalcolabile numero di batoste ben assestate. 

Di fronte alla virulenza del malessere ho cominciato ad acquisire una maggiore, più profonda, presenza.

Mi sono imposta – e inizialmente ho fatto molta fatica – di rimanere con il mio dolore, di ascoltare quello che aveva da dirmi.
Di restare ferma nella condizione in cui mi trovavo invece di fuggire o fare finta di niente. 
Ho ridotto il tempo religiosamente dedicato a scribacchiare piani inutilmente complicati e laboriosi (tu chiamala se vuoi procrastinazione recidiva) e ho ampliato il tempo del fare e dell’ascoltare; ho iniziato a seguire con maggiore attenzione e agio le esigenze del mio corpo. A fine giornata mi sono sentita stanca di una stanchezza sana. E soddisfatta. Serena.
Senza quella coda bruciante di cose ancora da fare, di compiti lasciati a metà, di voglie non appagate. 
Il tempo si è ristretto e dilatato insieme: presente continuo.
Perché la mia attenzione era completamente assorbita dal malessere.
È una rottura, certo, ma ti costringe a tirare le somme, a riassumere, a dare importanza a quello cui tieni davvero.
E tutto il resto, beh, che vada pure da sé. 


Ora che i sintomi più severi sono passati – o almeno per il momento è così – mi sento come se avessi le antenne in collegamento diretto con me stessa e l’Universo. Ed è una sensazione magnifica e potente. 
Adesso, però, devo stare attenta a non dimenticare.
Questa volta più che mai, voglio fare tesoro della mia esperienza con il dolore, con il malessere.

È un meccanismo diffuso (che sia innato?) quello che ci porta a dimenticare le situazioni dolorose o difficili non appena giriamo l’angolo e ritroviamo una parvenza di benessere. Questo fa sì che ci ritroviamo interdetti e sbigottiti di fronte a ogni nuovo problema, in una spirale senza fine di cui siamo vittime e carnefici allo stesso tempo.
Sempre sorpresi e sempre inconsapevoli. Sempre daccapo in un eterno girotondo. 

Un po’ come quando lasci una persona perché non ti si fila o ti trascura e lui (o lei) ci rimane male perché si accorge d’improvviso di quanto ha perso:

«Iuhuuu, ero lì anche prima. Ti ricordi??
Forse no, perché tu, tu non mi consideravi e adesso ci sei rimasto(a) male?
Ma dai, fammi il piacere!»

Io voglio ricordarmi bene di quanto mi è successo perché mi serva non solo per il futuro, ma anche e soprattutto per apprezzare ogni istante della mia vita ora. 
Per coltivare la presenza. Per nutrire il presente con il dono inestimabile della consapevolezza. 

[Photo by Sonny Sixteen on Unsplash]

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